Il 2 miliardi di euro che BMW investirà in Germania per la nuova Serie 3 e per le batterie elettriche difendono occupazione e produzione in Baviera. Nello stesso Paese, però, l'industria perde 10.000 posti di lavoro al mese e la produzione è scesa del 10% tra febbraio 2022 e l'inizio del 2026. Per chi ha un contratto dipendente o una partita IVA la domanda non è se la Germania cresce, ma se il proprio settore sta dalla parte che riceve investimenti o da quella che li perde.
Cosa difende l'investimento da 2 miliardi di BMW
BMW destina circa 2 miliardi di euro alla Germania: 1 miliardo agli stabilimenti automobilistici di Monaco e Dingolfing, un altro 1 miliardo al nuovo impianto di batterie di Irlbach-Straßkirchen, in Baviera. Monaco diventerà un sito "electric only", dove nascerà la BMW i3 elettrica basata sulle tecnologie Neue Klasse e alimentata dalle batterie di sesta generazione; Dingolfing ospiterà le versioni a combustione e ibride plug-in della nuova Serie 3. Da ottobre Irlbach-Straßkirchen fornirà a Monaco i sistemi batteria per la i3.
"Investiamo nella creazione di valore, in una produzione competitiva e nella tutela dei posti di lavoro in Germania", ha dichiarato Raymond Wittmann, responsabile della Produzione del gruppo.
La posta occupazionale è nei numeri: il 55% dei dipendenti BMW lavora in Germania e il gruppo produce ogni anno oltre un milione di veicoli negli impianti tedeschi, circa un quarto della produzione automobilistica nazionale. Se 1 milione è un quarto del totale, la produzione tedesca si aggira quindi sui 4 milioni di veicoli l'anno. La nuova Serie 3 mobilita 760 siti di fornitori, oltre il 70% in Europa e più del 30% in Germania: sono oltre 228 aziende, molte piccole e medie, che dipendono da questo ciclo. Dal 1975 la Serie 3 ha totalizzato 18 milioni di unità, di cui 15 milioni prodotte in Germania, oltre l'83%.
L'industria tedesca perde 10.000 posti al mese
Un rapporto EY di maggio stima che l'industria tedesca stia perdendo oltre 10.000 posti di lavoro al mese, cioè circa 333 al giorno. La produzione industriale è diminuita di circa il 10% tra febbraio 2022 e l'inizio del 2026, con i settori ad alta intensità energetica in calo di oltre il 15%. L'economia è in stagnazione: contrazione nel 2023 e nel 2024, crescita dello 0,2% nel 2025. Il tasso di disoccupazione resta al 4%, sotto la media UE.

Il punto di rottura è il rapporto con la Cina. Sui beni strumentali la bilancia commerciale tedesca è passata da un surplus di circa 750 milioni di euro a un deficit di 500 milioni tra la metà del 2024 e l'agosto 2025; le esportazioni di macchinari utensili verso Pechino sono calate di circa un terzo nel primo trimestre. Sul fronte dell'automazione il divario è più netto:
- 350.000 robot industriali installati in Cina nel 2025
- 25.000 installazioni in Germania nello stesso anno
- rapporto passato da 3 a 1 a circa 14 a 1 in un decennio
Bollette ed energia: il divario con l'Italia è raddoppiato
Per le famiglie e le piccole imprese italiane il confronto energetico con la Germania resta sfavorevole. Nel 2019 l'Italia pagava un megawattora 16 euro in più della Germania; nel 2025 la differenza è salita a oltre 32 euro. Solo nell'ultimo anno i prezzi della corrente in Italia sono cresciuti del 73%, con un effetto cumulato del +271% rispetto al 2019. Lo svantaggio colpisce soprattutto le imprese sotto i 20 megawattora annui, che secondo Confartigianato scontano un gap del 75%, mentre le grandi imprese energivore pagano meno della media europea.
Cosa cambia per chi lavora e paga le bollette
I due blocchi di numeri non si compensano. BMW mette 2 miliardi su Baviera e batterie, ma il resto della manifattura tedesca taglia 10.000 posti al mese: allo stesso ritmo, un anno vale 120.000 posizioni e tre anni 360.000, sempre che il passo mensile resti costante.
L'investimento protegge chi sta dentro una filiera precisa: i 760 siti di fornitori, di cui oltre 228 in Germania, e il 55% dei dipendenti del gruppo occupati nel Paese. Fuori da quella filiera, i segmenti più esposti sono quelli ad alta intensità energetica (-15% di produzione) e i macchinari, dove le esportazioni verso la Cina perdono un terzo.
Per chi ha una partita IVA o un contratto in azienda la verifica utile è duplice: capire se il proprio committente appartiene a una filiera che sta investendo, come quella di Monaco e Dingolfing, e controllare la propria fascia di consumo energetico, perché sotto i 20 megawattora annui lo svantaggio competitivo arriva al 75%.
Il nodo non è se la Germania resti il motore industriale d'Europa, ma quanto la sua trasformazione sia selettiva: un miliardo a Monaco e un miliardo alle batterie non compensano i posti che spariscono nei settori dove il Paese ha già perso terreno.
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