Rider e piattaforme: ora l’algoritmo non può licenziare

Dal 2 dicembre 2026 nessuna piattaforma digitale potrà più sospendere, limitare o chiudere l’account di un lavoratore affidandosi soltanto a una decisione automatizzata: servirà l’intervento di una persona fisica, altrimenti la decisione sarà nulla. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 23 luglio 2026, in esame preliminare, il decreto legislativo che recepisce la direttiva UE 2024/2831 e cambia le regole del lavoro tramite app. Per rider, fattorini e tutti coloro che operano nel lavoro su piattaforme digitali arrivano la presunzione di subordinazione, il diritto di ottenere spiegazioni scritte e di chiedere il riesame delle scelte automatizzate, oltre a nuove tutele contro ritorsioni e discriminazioni.

Presunzione di subordinazione: da autonomo a dipendente?

Il decreto estende la presunzione di subordinazione già in vigore per i rider a tutti i lavoratori delle piattaforme. Non conterà più solo il contratto firmato, ma come viene organizzata l’attività: se la piattaforma impartisce direttive su modalità e tempi della prestazione oppure utilizza sistemi automatizzati che incidono sul controllo, scatterà la presunzione che il rapporto sia di lavoro subordinato, con tutto ciò che ne consegue (ferie, malattia, contributi, tutele contro il licenziamento). Le stesse regole valgono anche per chi viene ingaggiato tramite intermediari. Per i contratti in corso prima del 2 dicembre 2026, le nuove disposizioni si applicheranno soltanto a partire da quella data.

L’algoritmo non decide più da solo: spiegazioni e riesame in 14 giorni

Ogni decisione che incide in modo significativo sulla posizione lavorativa – limitazione, sospensione, cessazione del rapporto o chiusura dell’account – dovrà essere adottata esclusivamente da una persona fisica, a pena di nullità. Per le piattaforme che violano l’obbligo è prevista una sanzione da 1.000 a 5.000 euro. Inoltre, ogni due anni le aziende dovranno valutare l’impatto dei sistemi di monitoraggio automatizzati, comunicando i risultati ai rappresentanti dei lavoratori entro 30 giorni.

Il lavoratore ha ora il diritto di chiedere una spiegazione scritta, chiara e comprensibile, delle decisioni automatizzate che lo riguardano. L’azienda è tenuta a rispondere entro 15 giorni (per decisioni come la sospensione o la chiusura dell’account la motivazione deve essere fornita entro il giorno in cui il provvedimento diventa efficace). Non basta: si può chiedere il riesame della decisione, e la piattaforma deve rispondere entro 14 giorni con una motivazione adeguata. Se la decisione ha violato i diritti del lavoratore, va rettificata entro 14 giorni; se la rettifica non è possibile, resta l’obbligo di risarcire il danno.

Smartphone con interfaccia di delivery su tavolo illuminato, casco da rider, nuove tutele per il lavoro su piattaforma
Dal 2 dicembre le piattaforme digitali dovranno garantire l'intervento umano prima di chiudere l'account di un lavoratore.

Se emergono rischi elevati di discriminazione o viene accertata una violazione, la piattaforma deve adottare misure correttive, che possono arrivare fino alla cessazione dell’uso del sistema automatizzato. La mancata adozione di queste misure costa una sanzione da 5.000 a 30.000 euro.

Stop a ritorsioni e dati sensibili: i nuovi diritti del lavoratore

Il decreto vieta licenziamenti e trattamenti pregiudizievoli che siano conseguenza dell’esercizio dei diritti riconosciuti dalla nuova disciplina. Chi viene licenziato può chiedere alla piattaforma le motivazioni scritte, e l’azienda deve fornirle entro 7 giorni. Se il lavoratore fa ricorso al giudice, spetta alla piattaforma dimostrare che il licenziamento non è legato a quei diritti. Vengono inoltre istituiti canali interni di segnalazione per episodi di violenza e molestie, da attivare dopo aver consultato i sindacati. Sul fronte della privacy, diventano inaccessibili per le piattaforme i dati sullo stato emotivo o psicologico, le conversazioni private e le informazioni che possano rivelare convinzioni personali, condizioni di salute, adesione sindacale o orientamento sessuale.

Cosa fare se la piattaforma sbaglia: i passi concreti

Chi lavora con un’app ha oggi strumenti che prima non esistevano. Il primo passo è chiedere sempre spiegazioni scritte appena si riceve una decisione automatizzata negativa: il termine di 15 giorni fa partire la procedura e costringe l’azienda a prendere posizione. Se la risposta non convince o manca del tutto, si può attivare il riesame e, in caso di ulteriore inerzia, rivolgersi a un sindacato o a un legale. Poiché in giudizio è la piattaforma a dover dimostrare che il licenziamento non è ritorsivo, il lavoratore parte da una posizione più protetta rispetto al passato. Conservare screenshot, email e messaggi in-app è essenziale: serviranno a documentare le richieste e le eventuali violazioni.

Basta un calcolo per capire quanto si restringono i tempi dell’interlocuzione forzata: tra spiegazione (15 giorni) e riesame (14 giorni), in meno di un mese il lavoratore può ottenere una revisione completa della decisione. Finora lo stesso percorso, quando esisteva, dipendeva dalla buona volontà della piattaforma. Adesso la procedura è scandita dalla legge e presidiata da sanzioni.

Con lo schema di decreto che dovrà completare l’iter di approvazione definitiva, la prospettiva è che entro la fine del 2026 chi lavora tramite app non sia più in balìa di un algoritmo insindacabile: può chiedere conto a una persona fisica e, se necessario, portare l’azienda in tribunale con una disciplina pensata per riequilibrare un rapporto fin qui fortemente asimmetrico.

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