Il 2026 si sta trasformando nell’anno in cui gli italiani scoprono il costo della dipendenza energetica direttamente alla pompa di benzina e nella buca delle lettere, con le bollette. I dati di agosto non lasciano scampo: tra carburanti sopra i 2 euro al litro e un gas in salita del 9,7% per le famiglie vulnerabili, la spinta inflattiva morde i bilanci domestici con un’intensità che le misure pubbliche non riescono a contenere.
Il pieno costa 22 euro in più: il peso sulle regioni del Sud
La stima della CGIA di Mestre è impietosa: a parità di consumi, nel 2026 gli italiani spenderanno 1,1 miliardi di euro in più al mese per i soli carburanti, per un totale annuale di 13,6 miliardi di euro. Tradotto in termini concreti, chi fa un pieno di gasolio si trova a pagare 22 euro in più rispetto al 2025; con la benzina il sovrapprezzo è di 13,85 euro a rifornimento. Significa che già solo per il primo esodo estivo di Ferragosto, il Codacons calcola una maxi-stangata da 370 milioni di euro aggiuntivi.
La mappa della sofferenza non è uniforme. In Basilicata l’aumento della spesa per carburanti raggiunge il +21,6%, con un aggravio di 9,8 milioni di euro al mese. Seguono Campania e Puglia, entrambe al +21,3%, con un impatto mensile rispettivamente di 89 milioni e circa 70 milioni di euro. Le regioni del Nord, pur penalizzate (Piemonte +19,7%, Lombardia e Liguria +19,5%), subiscono rincari percentualmente più contenuti.
Il governo ha stanziato 2,35 miliardi di euro per il taglio delle accise, ma la CGIA sottolinea che questa cifra ha sterilizzato gli aumenti per appena due mesi su dodici. Al netto di tutto, il potere d’acquisto delle famiglie meridionali viene compresso in modo sproporzionato.
La bolletta del gas sale ancora: +9,7% a luglio per 2,3 milioni di utenti
Non sono soltanto i trasporti a pesare. ARERA ha comunicato che a luglio 2026 il prezzo di riferimento del gas per i clienti vulnerabili ha raggiunto 134,40 centesimi di euro al metro cubo, con un incremento del 9,7% rispetto a giugno. L’aumento riguarda direttamente 2,3 milioni di utenti ancora serviti in tutela, per i quali la voce “materia prima” è salita a 56,69 euro al MWh.

Scomponendo la bolletta, emerge un dettaglio che interessa ogni famiglia: quasi il 48% della spesa è assorbito dall’approvvigionamento del gas, mentre oltre il 26% se ne va in imposte. In pratica, più di un quarto di quanto si paga finisce allo Stato, anche mentre i prezzi all’ingrosso galoppano a causa delle tensioni internazionali e del blocco dello Stretto di Hormuz, dove transita il 20% del GNL mondiale.
A ciò si aggiungono gli aumenti dell’energia elettrica per le imprese, che inevitabilmente si trasferiscono sui listini al consumo. Secondo i dati di Confartigianato Belluno, a luglio un’impresa metalmeccanica ha registrato un +10,3% sul costo dell’elettricità rispetto a giugno; un’attività di acconciatura un +8,7%. Nel periodo aprile-luglio l’aumento medio oscilla tra il 15 e il 20%. Servizi come il parrucchiere o i prodotti in legno finiranno per costare di più ai cittadini.
Dietro i rincari c’è anche il meccanismo del prezzo marginale
Una voce fuori dal coro arriva dalla presidente di Confartigianato Imprese Belluno, Claudia Scarzanella, che punta il dito contro il marginal price, il sistema per cui il prezzo dell’energia elettrica viene determinato dall’ultima e più costosa unità di produzione attivata — di solito una centrale a gas. “Non è giusto pagare il prezzo di produzione di energia calcolato sul sistema più costoso”, afferma Scarzanella, chiedendo che si passi a una media ponderata tra tutte le fonti immesse in rete.
Per i lavoratori autonomi e le partite IVA, il consorzio Caem ha permesso nel 2025 un risparmio medio di 800 euro a impresa, tagliando circa l’8% del costo della bolletta annuale.
Un’alternativa concreta è l’autoproduzione. “Molte piccole imprese e famiglie si sono dotate di fonti di energia rinnovabili, in particolare impianti fotovoltaici”, ricorda la presidente, chiedendo che i 14 miliardi di euro di scostamento di bilancio che il governo tratta con Bruxelles vengano in parte destinati a sostenere proprio questi investimenti domestici.
Il vero bivio per il governo sarà l’autunno, quando — se l’UE attiverà la clausola di salvaguardia — potrebbero arrivare fino a 14,5 miliardi in tre anni per fronteggiare il caro energia. La CGIA suggerisce però una strada meno onerosa per le future generazioni: tagliare le inefficienze della spesa pubblica. Una sforbiciata dell’1% sulle uscite statali (quasi 1.090 miliardi nel 2026 al netto degli interessi) libererebbe circa 11 miliardi di euro, senza toccare lo stato sociale e senza caricare nuovo debito sui figli di chi oggi fa il pieno.
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