PIL +0,2%, ma il potere d’acquisto arretra: cosa cambia per le famiglie

L’economia italiana cresce più del previsto, ma per chi deve far quadrare il bilancio familiare la fotografia resta complicata. Nel secondo trimestre 2026 il PIL ha segnato un +0,2% congiunturale e un +1% su base annua, battendo le attese degli analisti ferme allo 0,7%. Un dato che il governo rivendica con forza. Resta però aperta la domanda che interessa a lavoratori e famiglie: questa crescita si traduce in un sollievo concreto per il potere d’acquisto o resta un numero distante dalla vita quotidiana?

Quanto cresce davvero l’economia (e perché i conti di casa non tornano)

I numeri diffusi dall’Istat dicono che la crescita acquisita per il 2026 sale dallo 0,6% allo 0,8%. Meglio delle stime, ma il motore gira a basso regime se confrontato con il resto d’Europa: nello stesso periodo l’area euro è cresciuta dello 0,4% e l’UE dello 0,5%, con un’accelerazione che in Italia ancora non si vede.

Chi guarda al lavoro e al reddito disponibile trova segnali contrastanti. La crescita del PIL è trainata quasi esclusivamente dai servizi, mentre il valore aggiunto cala nell’industria e nell’agricoltura. Significa che interi settori produttivi — quelli che impiegano migliaia di lavoratori nel manifatturiero e nelle campagne — non partecipano a questa ripresina. E la domanda estera continua a frenare: a sostenere l’attività sono consumi e investimenti interni, non l’export.

Pomodori freschi, pane e olio d'oliva su un tavolo illuminato dal sole, il bilancio familiare tra potere d'acquisto e inflazione
Per molte famiglie la spesa quotidiana racconta un divario tra i numeri della crescita e il costo reale della vita.

Mutui, tassi e risparmi: l’altra faccia della crescita

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha parlato di un «contesto internazionale negativo» e di «condizioni finanziarie più restrittive dovute ai tassi di interesse elevati». Parole che toccano direttamente chi ha un mutuo a tasso variabile o sta pensando di accendere un prestito: se il costo del denaro resta alto, la rata mensile non scende nemmeno quando l’economia mostra timidi segnali positivi.

Sul fronte del potere d’acquisto, poi, i dati sono ancora più espliciti. Un’indagine ripresa oggi segnala che in soli quattro mesi di guerra con l’Iran il potere d’acquisto delle famiglie italiane è tornato indietro di due anni, con un quadro definito «problematico per 4 famiglie su 10». La crescita del PIL, insomma, convive con un arretramento reale della capacità di spesa di una fetta larga della popolazione.

Perché 0,2 punti percentuali non bastano a cambiare la vita quotidiana

I numeri aggregati dicono che l’Italia tiene e sorprende al rialzo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni rivendica che «a sinistra tifava per il rallentamento dell’Italia» e che «i fatti raccontano un’altra storia». Sul piano politico, il dato dà ragione a chi aveva impostato previsioni prudenti nei documenti di finanza pubblica.

Ma tradurre uno 0,2% di crescita trimestrale in maggiore benessere per un lavoratore dipendente o un pensionato richiede più di una revisione statistica. Servirebbe un’inflazione sotto controllo, un costo del credito più basso, un mercato del lavoro che distribuisca gli effetti della crescita anche fuori dai servizi. Finché il potere d’acquisto arretra e i tassi restano alti, il PIL migliore delle attese resta una buona notizia per i conti pubblici, molto meno per i conti di casa.

Fonti

Clicca per votare questo articolo!
[Voti: 0 Media: 0]

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here