La holding Porsche SE alza la pressione sul gruppo Volkswagen e chiede decisioni immediate su chiusure di fabbriche e riduzione del personale. Il ceo Oliver Blume prepara un nuovo round di tagli occupazionali: fino a 50mila posti in meno, che porterebbero il totale a 100mila esuberi. Un duro colpo per operai e impiegati tedeschi, mentre lo scontro tra azionisti e rappresentanti dei lavoratori entra nella fase più calda.
Il pressing di Porsche SE: «Ogni rinvio aumenta i problemi»
«Il gruppo si trova a un bivio storico. Le decisioni che Volkswagen prenderà ora determineranno il suo futuro», ha dichiarato Hans Dieter Pötsch, presidente del consiglio di gestione di Porsche SE. Parole scelte dopo la pubblicazione di una perdita netta contabile di 2,22 miliardi di euro nel primo semestre 2026 per la holding, zavorrata da svalutazioni per 3 miliardi sulla partecipazione Volkswagen. L’avvertimento è netto: «Più a lungo si rimandano le decisioni, più grandi diventeranno i problemi».
Johannes Lattwein, responsabile finanza e IT della holding, è entrato ancora più nel merito: «È indispensabile ridurre la capacità in eccesso, abbassare significativamente i costi e rafforzare radicalmente la capacità decisionale e di esecuzione del gruppo». Per i dipendenti, il messaggio non lascia spazio a dubbi: «La competitività è l’obiettivo. Ogni opzione deve essere presa in considerazione per raggiungerla. Altrimenti Volkswagen rischia di perdere terreno in modo permanente rispetto ai concorrenti internazionali».
Da 50mila a 100mila posti: il raddoppio dei tagli
Il piano di ristrutturazione prevede ulteriori 50mila tagli occupazionali, da aggiungere ai 50mila già concordati negli anni scorsi: in totale, 100mila posti di lavoro potrebbero scomparire. Sul tavolo anche la chiusura di quattro stabilimenti in Germania, una misura che colpirebbe intere comunità locali e l’indotto.
Blume deve però fare i conti con due muri: i rappresentanti dei lavoratori e il Land della Bassa Sassonia, che detiene una minoranza di blocco del 20% nel gruppo e si è opposto alle proposte nell’ultima riunione del consiglio di sorveglianza di luglio. La resistenza è forte: i dipendenti non hanno alcuna garanzia che il costo della crisi non venga scaricato interamente su di loro, mentre le famiglie Porsche e Piëch, azionisti di controllo attraverso Porsche SE, chiedono di accelerare.

Cosa cambia per chi lavora in Volkswagen
La richiesta di Porsche SE rende concreto ciò che fino a pochi mesi fa sembrava solo un’ipotesi: la perdita del posto per migliaia di persone in un contesto in cui i costi industriali in Germania restano alti e la concorrenza cinese erode quote di mercato proprio nel Paese più importante per l’auto mondiale.
L’impatto potenziale dei nuovi tagli emerge con chiarezza incrociando due dati che le fonti riportano in modo distinto. Da un lato, il Gruppo Volkswagen ha chiuso il primo semestre 2026 con un risultato operativo di 5,9 miliardi di euro, in calo dell’11,6%: un deterioramento di circa 770 milioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dall’altro, i 50mila esuberi aggiuntivi ventilati da Blume rappresentano un intervento che, per essere assorbito senza ulteriori perdite, richiederebbe un taglio dei costi fissi coerente con quella scala. Un calcolo approssimativo: se il costo medio annuo per addetto in Volkswagen fosse di 60mila euro (stima prudenziale per l’industria tedesca), 50mila posti in meno genererebbero un risparmio lordo di circa 3 miliardi di euro l’anno, una cifra che da sola supera il calo del risultato operativo semestrale. Ciò significa che la proprietà sta spingendo per una stretta che non si limita a compensare il deterioramento in corso, ma ridisegna strutturalmente la base occupazionale del gruppo.
La dimensione del ridimensionamento si misura anche nei conti di Porsche SE: la holding ha visto il contributo di Volkswagen al proprio utile rettificato scendere a circa 800 milioni di euro nel semestre, contro 1,2 miliardi dell’anno precedente. Un calo di 400 milioni che, rapportato ai 50mila tagli aggiuntivi, equivale – sempre ipotizzando un costo medio di 60mila euro per addetto – a circa 13.300 posti di lavoro: la perdita di valore della partecipazione Volkswagen, in altri termini, giustificherebbe da sola oltre un quarto dei nuovi esuberi richiesti. Questo collegamento mostra come la pressione delle famiglie di controllo non nasca solo da valutazioni strategiche, ma da un deterioramento finanziario che si sta traducendo direttamente in tagli lineari sull’occupazione.
La ricaduta non riguarderebbe solo i dipendenti diretti: quattro stabilimenti in meno significano commesse cancellate per fornitori, trasporti, servizi, con un effetto a catena su tutto il tessuto produttivo della Bassa Sassonia e non solo.
Per le tutele dei lavoratori il momento è decisivo: le prossime settimane diranno se le pressioni delle famiglie di controllo prevarranno sulla resistenza del Land e del consiglio di fabbrica, decidendo così il destino di decine di migliaia di famiglie.
Fonti
- Borsaefinanza.it
- FIRSTonline
- La Gazzetta del Mezzogiorno/ANSA
- SoldiOnline.it
- MilanoFinanza
- Tom’s Hardware
- Investing.com
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