Una tanica di olio extravergine 100% italiano a 5,97 euro al litro sembra un affare. Ma dietro quel prezzo c'è una filiera che perde almeno 3 euro per ogni chilo prodotto, e il consumatore che oggi risparmia due euro domani potrebbe non trovare più olio italiano sullo scaffale. Non è un'esagerazione: è il conto economico di quello che sta accadendo in queste ore tra gli scaffali dei supermercati DPiù e i frantoi del Sud Italia.
Quel litro d'olio a 5,97 euro: chi guadagna e chi perde
L'olio extravergine Pantaleo, in offerta fino al 2 agosto nei punti vendita DPiù a 5,97 euro al litro, è stato acquistato dall'imbottigliatore a circa 3,9 euro al chilo e rivenduto alla catena a circa 5 euro al litro.
Il problema è che produrre un olio extravergine di qualità minima costa almeno 6,9 euro al chilo. Significa che per ogni chilo venduto a 3,9 euro, il frantoiano ci rimette almeno 3 euro. L'imbottigliatore guadagna tra i 5 e i 10 centesimi a litro. Il supermercato, con un margine lordo di 1 euro a litro, incassa almeno 50 centesimi netti per ogni tanica.
I numeri non mentono: la Grande Distribuzione applica ricarichi medi del 25-35%, mentre chi produce la materia prima lavora in perdita strutturale. Per il consumatore, quel risparmio immediato si traduce in un meccanismo che sta svuotando gli oliveti italiani.

Non è solo una guerra di prezzi: la concorrenza estera cambia gli equilibri
Mentre l'olivicoltura italiana arretra, altri Paesi consolidano le proprie quote. Nei primi otto mesi della campagna olearia 2025/2026, la Tunisia ha esportato 352 mila tonnellate di olio d'oliva, con un balzo del 56,7% sull'anno precedente, per un valore di 4,394 miliardi di dinari.
Sul fronte spagnolo, il mercato interno mostra segnali di stabilizzazione: nel primo semestre della campagna 2025/2026 sono stati immessi 349 milioni di litri complessivi, con le vendite del secondo trimestre in crescita del 3,46% rispetto al primo. Aumenta la domanda di olio vergine (+1,01%), segno che anche i consumatori spagnoli cercano alternative più economiche senza rinunciare del tutto alla categoria olio d'oliva.
In Italia, intanto, restano 111 mila quintali di olio invenduto tra Puglia, Calabria e Sicilia. La Puglia — da cui arriva il 30% dell'extravergine nazionale — sta preparando una richiesta formale di stato di crisi al Governo, con l'obiettivo di ottenere sgravi fiscali, agevolazioni per il credito e controlli più severi sulle importazioni.
Cosa rischia il consumatore italiano nei prossimi mesi
La circolare ministeriale che impone di distinguere in etichetta l'olio extravergine dalle miscele è un primo passo. Ma il nodo resta il prezzo: finché la GDO potrà comprare a 3,9 euro al chilo mettendo i fornitori uno contro l'altro, la pressione al ribasso continuerà a scaricarsi interamente sull'anello più debole della filiera — gli olivicoltori.
Per chi fa la spesa, il messaggio è scomodo: un extravergine italiano a meno di 6 euro al litro è matematicamente incompatibile con una produzione remunerativa. La differenza la pagano i frantoi che chiudono, gli uliveti abbandonati, la perdita di presidio agricolo sul territorio. E, sul lungo periodo, una minore offerta di prodotto nazionale significa meno scelta, più dipendenza dall'import e — paradossalmente — prezzi meno controllabili per le famiglie.
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