Per quasi un lavoratore su due lo smart working è un vantaggio economico concreto, superiore a molti benefit aziendali: si risparmiano oltre 100 euro al mese (circa 1.200 euro l’anno) tra carburante, spese quotidiane e tempo di spostamento. Mentre il caldo record e la benzina alle stelle spingono le richieste, una sentenza del Tribunale di Cosenza chiarisce in quali casi il datore può geolocalizzare il dipendente. Ecco numeri e nuove tutele per chi lavora da casa.
Quanto vale davvero lo smart working in busta paga
Secondo la ricerca di Robert Walters citata dal Giornale di Brescia, il 47% dei professionisti in smart working risparmia oltre 100 euro al mese. Non solo: il 71% non rinuncerebbe ai giorni da remoto neppure in cambio di altri benefit aziendali. Quasi otto su dieci cambierebbero azienda se il lavoro da remoto venisse eliminato, mentre il 46% accetterebbe una retribuzione inferiore pur di conservare la flessibilità.
Non è più soltanto conciliazione vita-lavoro, ma un aumento di fatto del potere d’acquisto. Eliminare lo smart working, oggi, equivale a un taglio netto del reddito disponibile per centinaia di migliaia di lavoratori.
Il modello ibrido 2+3 piace, ma le aziende frenano
I numeri mostrano uno scollamento tra ciò che i lavoratori chiedono e ciò che le imprese concedono. Solo il 29% delle aziende ha ampliato le politiche di smart working dal 2022 e il 67% di chi lavora in modalità ibrida può farlo per non più di due giorni a settimana. Il modello preferito resta due giorni da remoto e tre in presenza.

Francesco Bertoli, segretario Cgil Brescia, sintetizza: «Le aziende che concedono lo smart working anche in provincia sono e restano poche». Alberto Pluda (Cisl) aggiunge che lo smart working «potrebbe e dovrebbe davvero essere una forma di welfare», ma «non bisogna abusarne: noi crediamo nella socialità del lavoro». Intanto un’estate con 39,4 °C a Brescia e il caro benzina rendono ogni chilometro evitato un sollievo per portafoglio e salute.
Controlli a distanza: cosa dice la sentenza di Cosenza
Con la sentenza n. 972/2026 del 1° luglio 2026, il Tribunale di Cosenza ha annullato una sanzione di 50.000 euro che il Garante privacy aveva inflitto a un ente pubblico per l’app Time Relax. L’applicativo rilevava la posizione del dipendente solo nell’istante della timbratura e non durante l’intera giornata. Il giudice ha escluso la violazione dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori perché lo strumento non consentiva un monitoraggio continuo, ma una semplice attestazione di presenza rafforzata.
Tre i pilastri che rendono legittimo il controllo: il funzionamento concreto dell’app (dato limitato al momento di ingresso/uscita), l’accordo con le rappresentanze sindacali (due incontri dedicati) e un’informativa adeguata al lavoratore. La Cassazione, già con la sentenza 30822/2025, aveva stabilito che i dati raccolti con strumenti autorizzati ex art. 4 sono utilizzabili anche a fini disciplinari, purché il dipendente sia stato informato.
Cosa deve sapere chi lavora da casa
Per il lavoratore la lezione è chiara: un’app di timbratura con geolocalizzazione può essere richiesta, ma solo se inserita in un accordo sindacale e accompagnata da un’informativa trasparente. Se la tua azienda la introduce senza questi passaggi, puoi contestarla. Altrettanto importante è sapere che il modello a due giorni settimanali resta l’offerta più frequente: chi vuole più smart working ha numeri solidi (il 52% lo chiederebbe) per negoziare, soprattutto quando il risparmio documentabile sfiora 1.200 euro l’anno.
Lo smart working non è più un’eredità della pandemia: è una leva concreta di potere d’acquisto. La giurisprudenza recente dice che il controllo non è vietato a priori, ma non può essere imposto senza regole condivise.
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