Oltre 65 milioni di giornate di ferie all’anno e il rischio concreto di un buco da 2 miliardi di euro nei conti dello Stato. Dietro il decreto PA approvato il 4 agosto 2026 dal Consiglio dei Ministri c’è un intervento che tocca da vicino la busta paga e la vita quotidiana di milioni di dipendenti pubblici – secondo una rielaborazione basata sui dati della Ragioneria generale, che indica 65 milioni di giorni di ferie totali per una media di 21 giorni pro capite. Niente più buoni pasto mentre si è al mare, ferie monetizzate solo a fine carriera e a condizioni stringenti, e un giro di vite sulle indennità accessorie che finora potevano essere reclamate anche durante i periodi di riposo.
Cosa cambia per le ferie: niente soldi in cambio, salvo un caso specifico
La novità di impatto più immediato è la cancellazione del blocco assoluto alla monetizzazione delle ferie non godute. Questo non significa che d’ora in poi si potranno incassare soldi al posto dei giorni di vacanza in ogni situazione. L’indennità scatta solo alla cessazione del rapporto di lavoro e a una condizione tassativa: il mancato utilizzo non deve dipendere da una scelta consapevole del lavoratore. L’onere di dimostrare che è stato il dipendente a decidere di non andare in ferie spetta al datore di lavoro pubblico.
Per rendere il meccanismo trasparente, la bozza del decreto obbliga l’amministrazione a invitare formalmente il dipendente a fruire delle ferie annuali, avvertendolo per tempo che, in caso contrario, quelle giornate andranno perse al termine del periodo di riferimento e non potranno essere trasformate in denaro. Se il dipendente rifiuta comunque, alla fine del rapporto perde ogni diritto economico sulle ferie residue. Se invece è l’amministrazione a non consentirne la fruizione, scatta il diritto al pagamento sostitutivo. Il punto, per chi lavora, è uno solo: conviene farsi mettere tutto per iscritto e rispondere alle comunicazioni formali, perché la semplice inerzia potrebbe tradursi in giorni di riposo buttati via senza un euro di compenso.
Buoni pasto e indennità: durante le ferie niente ticket restaurant né turni
Il decreto blocca il riconoscimento, nei periodi di ferie, di tutte le voci retributive che non vengono erogate per 12 mensilità e che sono collegate all’effettivo svolgimento delle mansioni. La norma cita esplicitamente i buoni pasto, ma lo stesso principio vale per indennità di turno, disagio o servizio esterno. L’articolo 1, comma 2 del Dlgs n. 165/2001, che parla di «ferie retribuite», va ora interpretato in modo restrittivo: durante le vacanze spetta la normale retribuzione fissa, mentre sono esclusi tutti i compensi che presuppongono la presenza sul posto di lavoro.

La disposizione ha portata retroattiva (salvo il giudicato già formatosi con sentenze definitive). La scelta del Governo è figlia di un rischio finanziario molto concreto: secondo le stime del MEF, un riconoscimento generalizzato degli emolumenti accessori ai dipendenti pubblici in ferie sarebbe costato circa 2 miliardi di euro. Bastava applicare pedissequamente l’orientamento della Corte di giustizia UE (direttiva 2003/88/CE) secondo cui la retribuzione in ferie dev’essere «paragonabile» a quella dei giorni lavorativi, e si sarebbero potute innescare richieste generalizzate di arretrati per buoni pasto mai percepiti durante le vacanze.
Il cortocircuito era già evidente nella quotidianità degli uffici: oggi un dipendente comunale che si presenta in servizio ma prende un permesso di 2 ore scende sotto la soglia minima di 7,2 ore giornaliere e perde il buono pasto per quel giorno. Se invece la stessa persona fosse stata in ferie, applicando i principi europei avrebbe potuto incassare il ticket per un’intera settimana senza aver lavorato nemmeno un’ora. Il decreto taglia netto su questa anomalia e rinvia la regolamentazione futura alla contrattazione collettiva: i nuovi Ccnl, già rinnovati con l’Aran e i sindacati, prevedranno buoni pasto solo per le giornate di effettivo lavoro, in presenza o in smart working.
Enti locali: meno vincoli sulle assunzioni e graduatorie più lunghe
Il provvedimento toglie anche i limiti «storici» alla spesa di personale per gli enti locali, agganciando la possibilità di assumere alla sostenibilità finanziaria di bilancio e non più a parametri rigidi ancorati al passato. Lo ha spiegato il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri: «L’importanza di questa norma è che mette chiarezza. Adesso, avendo riguardo non più alla serie storica, ma al bilancio, alla sostenibilità finanziaria legata al rapporto tra le spese personali e le entrate correnti, si è chiarita la situazione».
Per chi ambisce a un posto nella Polizia locale, le graduatorie dei concorsi diventano utilizzabili per quattro anni (un allungamento rispetto al termine precedente), allargando la finestra per le assunzioni. Il decreto prevede anche un concorso straordinario per segretari comunali nel biennio 2026-2027, con la possibilità per i comuni tra 3.000 e 5.000 abitanti di attingere anche ai segretari di fascia C, quella di accesso alla carriera. Non sono misure che incidono direttamente sul cedolino paga di chi è già in servizio, ma per chi cerca un impiego stabile negli enti territoriali aumentano le opportunità concrete di ingresso o di progressione.
Il nodo per il lavoratore: cosa controllare subito
La norma sulle ferie mette nelle mani del dipendente pubblico un diritto che prima non esisteva (la monetizzazione a fine carriera in assenza di propria responsabilità), ma lo subordina a un comportamento attivo. Tenere traccia scritta delle comunicazioni con l’amministrazione sulle ferie non è più una formalità: è la condizione per non perdere somme che, su più anni, possono diventare significative. Sul fronte dei buoni pasto, la retromarcia legislativa chiude la strada alle richieste generalizzate di arretrati, ma riduce il valore complessivo della retribuzione accessoria durante i periodi di assenza per ferie. Il risparmio per lo Stato è l’altra faccia della medaglia: quei 2 miliardi stimati dal MEF restano in cassa pubblica invece di trasformarsi in un maxi-rimborso ai lavoratori. L’equilibrio definitivo tra busta paga e giorni di riposo arriverà con i nuovi contratti nazionali.
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