Chi è costretto a lasciare il lavoro per sfuggire a persecuzioni, stalking o minacce non resterà più senza reddito. Con il messaggio INPS n. 2540 del 3 agosto 2026, l’Istituto ha ufficializzato che le dimissioni per giusta causa presentate da vittime di violenza di genere danno diritto all’indennità di disoccupazione NASpI. Anche quando le violenze provengono da soggetti esterni all’azienda, se esiste un collegamento concreto con la vita lavorativa, la cessazione del rapporto non viene considerata volontaria.
Quando dimettersi è un atto di autodifesa (e non una scelta libera)
La NASpI spetta normalmente solo in caso di disoccupazione involontaria. La normativa, però, equipara alle perdite del posto di lavoro anche le dimissioni per giusta causa quando – come recita l’articolo 2119 del Codice civile – la prosecuzione del rapporto diventa oggettivamente impossibile. Le situazioni di violenza di genere che compromettono la sicurezza personale rientrano esattamente in questa ipotesi.
Il principio poggia su una base giuridica solida. La Corte Costituzionale ha chiarito che la disoccupazione può ritenersi involontaria quando le dimissioni sono determinate dal comportamento di un altro soggetto e non da una libera scelta del lavoratore. Inoltre, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11051 del 2015, ha riconosciuto la necessità di tutelare il diritto alla salute della vittima quando l’equilibrio psicofisico è compromesso al punto da rendere impossibile l’attività lavorativa. Il messaggio INPS applica questi principi: le dimissioni diventano un atto di autodifesa, non una rinuncia spontanea.
Violenze fuori dall’ufficio: la protezione vale anche se l’aggressore è un estraneo
Per accedere alla NASpI non serve che le minacce o le molestie avvengano sul posto di lavoro o siano opera del datore di lavoro o dei colleghi. Il Ministero del Lavoro, richiamando la Raccomandazione del Consiglio d’Europa, ha esteso la tutela anche agli atti persecutori commessi da soggetti esterni all’ambiente professionale, purché esista un collegamento effettivo tra le violenze e l’attività lavorativa.
L’INPS fa un esempio molto concreto: molestie e minacce subite ogni giorno lungo l’abituale percorso casa-lavoro che rendono impossibile raggiungere la sede in sicurezza. Se non puoi più recarti in ufficio senza rischiare l’incolumità, dimetterti è considerato un atto di autodifesa e hai diritto alla NASpI.

Cosa devi dimostrare (e quali documenti servono)
L’indennità non viene riconosciuta in automatico solo perché sei vittima di violenza. Devi fornire all’INPS prove oggettive e documentate che attestino almeno una di queste due condizioni:
- la violenza ha compromesso il tuo equilibrio psicofisico al punto da rendere impossibile continuare a lavorare;
- gli atti persecutori sono strettamente collegati alle tue abitudini lavorative (ad esempio, minacce sul tragitto che ti impediscono di raggiungere il luogo di lavoro in sicurezza).
Come abbiamo già spiegato in approfondimenti precedenti, per documentare il nesso tra violenze e impossibilità di lavorare devi portare all’INPS elementi concreti e documentabili che dimostrino la connessione con l’attività lavorativa. L’Istituto valuterà ogni caso singolarmente, quindi è fondamentale raccogliere ogni prova utile. Solo con questi elementi le tue dimissioni saranno considerate per giusta causa e faranno scattare il diritto all’indennità.
Dopo la domanda: iscrizione, patto di servizio e corsi gratuiti
Se la NASpI viene riconosciuta, scatta l’iter consueto. Ti iscrivi al Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa (SIISL), sottoscrivi il Patto di Servizio presso il Centro per l’Impiego territorialmente competente e puoi frequentare percorsi di formazione e riqualificazione gratuiti, compreso il progetto EDO – Educazione Digitale per l’Occupazione, pensato per favorire il reinserimento nel mercato del lavoro. Non si tratta soltanto di un sussidio: la NASpI apre la porta a un accompagnamento concreto per ripartire professionalmente, lontano dalla violenza.
Perché questo chiarimento cambia le cose
Il vero punto di svolta è il riconoscimento che la sicurezza personale non è una questione privata separata dal lavoro. Un tragitto casa-lavoro pericoloso o un equilibrio psicofisico compromesso dalle violenze rendono di fatto impossibile lavorare, anche quando l’aggressore non ha alcun rapporto con l’azienda. Fino a oggi molte vittime dovevano scegliere tra lo stipendio e la propria incolumità. Ora la NASpI diventa uno strumento per proteggersi e ricostruire un’indipendenza economica lontano dalla violenza. Come ha ricordato il ministro del Lavoro Marina Calderone: «L’indipendenza economica è uno stimolo in più per sottrarsi ai contesti di rischio e ricostruire condizioni di sicurezza, per sé e per i propri figli».
Se stai vivendo una situazione di violenza che ti costringe a valutare le dimissioni, la legge ora ti tutela in modo chiaro. Raccogli la documentazione necessaria, presenta la domanda di NASpI e affidati ai servizi per l’impiego: il tuo diritto al sostegno economico non dipende più dal restare in un contesto che mette a repentaglio la tua sicurezza.
Fonti
- Lavoro e Diritti
- Dottrina Per il Lavoro
- Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
- Dottrina Per il Lavoro
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