Tre notizie in 24 ore raccontano un'agricoltura italiana sotto pressione su più fronti. Il ministero di Francesco Lollobrigida firma un decreto calamità per il granchio blu, emette una circolare sull'olio extravergine e riunisce il tavolo del grano duro. Per le famiglie italiane la partita si gioca su due piani concreti: la credibilità di ciò che mettiamo nel carrello e la tenuta di comparti che danno lavoro a migliaia di persone.
Il granchio blu è ufficialmente una calamità: cosa significa per chi lavora in mare
Il 23 luglio 2026 il ministero dell'Agricoltura ha firmato il decreto che riconosce anche per il 2025 il carattere di eccezionalità della diffusione del granchio blu, accogliendo la richiesta della Regione Veneto. Le imprese di pesca e mitilicoltura potranno accedere a contributi se dimostrano una riduzione della produzione pari ad almeno il 30% rispetto alla media del triennio precedente.
L'iter prevede che l'agenzia veneta Avepa raccolga le domande di aiuto, quantifichi il fabbisogno e trasmetta la richiesta di risorse al ministero. Soldi che servono a tenere in piedi aziende e posti di lavoro in un settore già colpito da una seconda emergenza: la moria eccezionale delle vongole di mare nel tratto costiero tra zero e 3 miglia. L'assessore regionale alla pesca Dario Bond incontrerà Lollobrigida a Roma proprio per chiedere un intervento straordinario aggiuntivo.
Per le famiglie che vivono di pesca nel Nord Adriatico, il decreto è un paracadute. Resta da vedere quanto velocemente arriveranno gli indennizzi e se basteranno a coprire perdite che per molte imprese sono esistenziali.
La circolare sull'olio extravergine: annuncio storico o arma spuntata?
Il 16 luglio 2026 il Masaf ha emesso la circolare numero 0347821 che impone di classificare come olio vergine – e non più come extravergine – il prodotto ottenuto miscelando olio extravergine e olio vergine, anche quando il risultato finale rispetta i parametri chimici e organolettici previsti. Coldiretti e Unaprol l'hanno celebrata come una "vittoria storica". Ma basta leggere il testo per accorgersi che la realtà è diversa.

Alberto Grimelli, direttore di Teatro Naturale, parla di un provvedimento scritto "con molta fretta. Troppa fretta" e lo definisce un "boomerang per l'olivicoltura nazionale". Ci sono almeno tre criticità:
- La data di entrata in vigore è subordinata alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ma le circolari amministrative normalmente non vengono pubblicate lì. La norma potrebbe non diventare mai operativa.
- L'olio vergine, oggi usato in piccole quantità nelle miscele, rischia di perdere valore commerciale, danneggiando frantoi e produttori italiani.
- Soprattutto, le nuove regole valgono solo in Italia. Un'azienda può acquistare olio vergine ed extravergine, trasferirli in Spagna, Portogallo o Grecia, fare lì la miscela e importarla in Italia vendendola come extravergine. La circolare è, per usare ancora le parole di Grimelli, un'"arma spuntata".
Per chi fa la spesa, il messaggio è scomodo: sugli scaffali può restare un extravergine ottenuto da miscele fatte all'estero, mentre l'imbottigliatore italiano che prova a fare lo stesso viene fermato. La qualità in bottiglia non è più garantita di prima.
Grano, pasta e suolo agricolo: la battaglia si sposta sul carrello
Sul fronte del grano duro, Lollobrigida ha ribadito al tavolo di filiera del 21 luglio 2026 che "il governo Meloni è quello che ha investito di più in agricoltura". Gli impegni annunciati: più controlli ai punti di ingresso "per verificare che il grano importato non abbia residui delle sostanze da noi vietate", investimenti in ricerca e campagne per sensibilizzare gli italiani, "primi consumatori di pasta al mondo, a comprare italiano".
La strategia di difesa della produzione nazionale ha trovato un rinforzo nella sentenza della Corte costituzionale che ha dato ragione al ministero sullo stop al fotovoltaico a terra. Lollobrigida ha dichiarato: "Dicevano che dovevamo arrenderci all'idea che le nostre campagne dovessero essere sacrificate sull'altare dell'ideologia green. Oggi invece la Corte costituzionale ci dà ragione."
Tradotto per un lavoratore agricolo o per un cittadino che guarda al paesaggio rurale: il suolo destinato a produrre cibo non viene svenduto a pannelli solari che non consentono l'attività agricola. La partita è tutt'altro che chiusa, ma il principio è stato fissato.
Quel che le tre vicende mostrano è un'agricoltura italiana che chiede protezione su più lati – dai parassiti, dalla concorrenza estera, dal consumo di suolo – mentre il consumatore finale resta con una domanda inevasa: quanto di questa difesa arriva davvero nel piatto, e a quale prezzo.
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