Andare in pensione a 64,7 anni nel 2025 significa lavorare quasi sette anni in più rispetto al 1995. E quando finalmente si esce, l'assegno resta segnato da un divario uomo-donna del 34%. Il XXV Rapporto annuale INPS, presentato il 9 luglio alla Camera, consegna ai lavoratori italiani una fotografia che mescola record occupazionali e fragilità strutturali: più assicurati che mai, ma salari che non battono l'inflazione e un sistema di bonus familiari che, paradossalmente, frena l'occupazione femminile.
L'età della pensione continua a salire: cosa significa per chi lavora oggi
L'età media di accesso alla pensione per i lavoratori dipendenti ha raggiunto 64,7 anni nel 2025, contro i 64,5 del 2024 e i 61,7 del 2012. Guardando al solo settore privato, dal 1995 l'uscita è slittata da 57 anni e 7 mesi a 64 anni e 10 mesi: un aumento di 7 anni e 3 mesi in trent'anni.
Dal 2027 scatterà il primo adeguamento automatico alla speranza di vita: l'età pensionabile passerà da 67 anni a 67 anni e un mese, con ulteriori due mesi dal 2028. La ministra del Lavoro Marina Calderone, intervenuta a margine della presentazione, ha collegato il tema all'invecchiamento attivo: «chi vuol lavorare deve poter essere nelle condizioni di poter lavorare», ha detto, aggiungendo che serve «attenzione e sensibilità nei confronti di tutte quelle attività lavorative che possiamo considerare faticose e usuranti».
Per il lavoratore dipendente medio, il messaggio è netto: restare al lavoro più a lungo non è più un'opzione ma una necessità strutturale, dettata dalla transizione al sistema contributivo che lega l'importo dell'assegno agli anni di versamenti.
Quanto vale oggi una pensione: gli importi medi
Il Rapporto INPS fotografa importi che variano molto in base al tipo di prestazione. Al 31 dicembre 2025, questi i valori medi lordi mensili:
- Pensioni anticipate: 2.162 euro (le più alte, perché legate a carriere contributive lunghe)
- Pensioni di invalidità: 1.130 euro
- Pensioni di vecchiaia: 1.035 euro
- Trattamenti ai superstiti: 868 euro
- Prestazioni assistenziali: 511 euro
Il reddito pensionistico medio complessivo si ferma a 1.906 euro lordi mensili. Ma la media nasconde una spaccatura profonda: le donne, che rappresentano il 51% dei 16,4 milioni di pensionati, percepiscono solo il 44% dei redditi pensionistici totali (163 miliardi contro i 207 miliardi degli uomini). L'assegno medio maschile è di 2.166 euro, quello femminile di 1.619 euro: un gap del 34% che riflette carriere discontinue, retribuzioni più basse e un mercato del lavoro che penalizza le madri.
Perché assegno unico e bonus bebè possono frenare il lavoro femminile
È uno dei passaggi più controintuitivi del Rapporto. L'Assegno Unico e Universale — 20 miliardi l'anno, oltre 6 milioni di nuclei familiari, copertura vicina al 95% — produce effetti opposti su natalità e occupazione. In alcune fasce ISEE, la probabilità di avere un secondo figlio sale di 0,5 punti percentuali, ma la probabilità di lavorare per le madri scende di 1,15 punti.

Il meccanismo diventa ancora più visibile sul bonus bebè sperimentato in Sardegna: 600 euro al mese per il primo figlio e 400 per i successivi fino ai 5 anni, nei comuni sotto i 3.000 abitanti. Le nascite sono cresciute del 21% e la probabilità di un secondo figlio è aumentata del 34%, ma la probabilità di occupazione delle madri è diminuita del 25%.
La ragione sta nell'impianto fiscale e contributivo italiano. Il secondo percettore di reddito in famiglia — quasi sempre donna — ha stipendi più bassi, contratti più instabili e, con il suo ingresso nel mercato del lavoro, può far perdere alla famiglia l'accesso ad alcune agevolazioni. L'INPS lo scrive chiaramente: «gli incentivi economici sembrano ridurre la partecipazione femminile al mercato del lavoro, in particolare nel settore privato, e possono rafforzare dinamiche di specializzazione domestica che mantengono squilibri di genere preesistenti». Il Rapporto aggiunge che «il semplice trasferimento monetario, se non accompagnato da politiche complementari, rischia di generare effetti indesiderati sul piano occupazionale e sociale».
Cosa funziona invece: bonus nido e smart working
Di segno opposto l'impatto del Bonus Asilo Nido. L'accesso alla misura aumenta del 17% la probabilità di occupazione tra le madri beneficiarie. Non è un trasferimento diretto di denaro, ma un contributo fino a 3.600 euro in base all'ISEE per coprire la retta dell'asilo. Il tasso di utilizzo è passato dal 4% del 2017 a oltre il 35% nel 2025, anche se le famiglie a basso reddito — pur avendo diritto a importi più alti — lo usano meno.
Ancora più marcato l'effetto del lavoro da remoto. Secondo il Rapporto, lo smart working riduce fino all'87% la child penalty, cioè la penalizzazione salariale e di carriera legata alla maternità, e può aumentare le retribuzioni fino a 1.300 euro nell'anno successivo alla nascita di un figlio.
Il presidente INPS Gabriele Fava ha sintetizzato così il nodo: «Il tema della natalità non può essere affrontato solo con trasferimenti monetari. La decisione di avere un figlio dipende anche dalla stabilità del lavoro, dalla possibilità di conciliare tempi di vita e tempi professionali, dalla disponibilità di servizi per l'infanzia, dalla distribuzione dei carichi di cura tra madri e padri».
Salari e pensioni: il nodo della qualità del lavoro
Sul fronte retributivo, la busta paga media annua lorda dei dipendenti tocca 27.649 euro nel 2025, in crescita del 3,6% sull'anno precedente e del 14,5% sul 2019. Sembra un buon incremento, ma l'inflazione accumulata nel biennio 2022-2023 non è stata ancora recuperata: la crescita dei prezzi nel periodo 2019-2025 si attesta tra il 18,2% (indice FOI) e il 20,5% (IPCA), superando le retribuzioni lorde. Il recupero parziale si vede solo sul netto, che grazie a detrazioni e nuove esenzioni è cresciuto del 19,2%, avvicinandosi all'inflazione.
Fava ha legato la solidità del sistema alla continuità contributiva: «La pensione non inizia il giorno in cui una persona lascia il lavoro, comincia molto prima, nel primo contratto e nella continuità dei versamenti». Parole che pesano in un mercato dove l'1% delle imprese genera il 60% dei nuovi posti di lavoro e dove i lavoratori stranieri extra-UE — cresciuti del 35,5% tra il 2019 e il 2025 — rappresentano ormai un dipendente su sette.
Per il lavoratore privato, il Rapporto 2026 segnala che la pensione di domani si costruisce sulla qualità del lavoro di oggi: settimane lavorate (salite in media a 43,2), continuità contributiva, retribuzioni che recuperino davvero l'inflazione. E per le madri, il messaggio è ancora più stringente: senza servizi all'infanzia e flessibilità vera, anche gli assegni più generosi rischiano di trasformarsi in una trappola che allontana dal lavoro invece di sostenerlo.
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