La circolare 6/E del 6 agosto 2026 ridisegna l’adempimento collaborativo per le grandi imprese. Dietro le nuove regole, c’è un’occasione concreta per i professionisti: dalla certificazione del Tax Control Framework (TCF), obbligatoria per le aziende, alla possibilità di ritagliarsi un vantaggio competitivo nei prossimi mesi, proprio mentre le scadenze si avvicinano.
Cos’è l’adempimento collaborativo e chi riguarda
L’adempimento collaborativo (o cooperative compliance) è un regime facoltativo che consente alle imprese di grandi dimensioni di dialogare in anticipo con il Fisco, segnalando in modo trasparente i propri rischi fiscali. In cambio, ottengono certezza sulle imposte e una forte riduzione delle sanzioni.
La platea si allarga progressivamente grazie alla riforma fiscale: per il biennio 2024–2025 bastavano 750 milioni di euro di ricavi o volume d’affari, dal 2026 la soglia scende a 500 milioni e dal 2028 basteranno 100 milioni (contro i 10 miliardi previsti in origine).
Considerando le soglie, se ipotizziamo che il numero di imprese con ricavi superiori a una data cifra sia approssimativamente inversamente proporzionale alla soglia stessa, il passaggio da 750 milioni (2024-2025) a 100 milioni (dal 2028) potrebbe moltiplicare la platea di un fattore 7,5. Un’espansione che, pur in assenza di dati ufficiali sul numero esatto di aziende, lascia prevedere un forte incremento della domanda di servizi di certificazione.
Certificazione TCF: scadenze e opportunità professionali
Per entrare nel regime (o per restarci) ogni impresa deve far certificare il proprio Tax Control Framework da un professionista indipendente – avvocato o dottore commercialista – iscritto in un apposito elenco, secondo le regole fissate dal decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 12 novembre 2024, n. 212. La certificazione ha una validità di 3 anni e va rinnovata alla scadenza.
La vera urgenza è sui tempi. La circolare n. 6/E fissa il termine per la certificazione di disegno del TCF al 30 settembre 2026 per le imprese che hanno aderito nei periodi d’imposta 2024 e 2025. Tuttavia, il comunicato stampa ufficiale dell’Agenzia delle Entrate del 6 agosto 2026 non menziona alcuna scadenza, concentrandosi sugli aspetti generali della riforma. È la stampa specializzata a segnalare che il decreto Omnibus, in corso di pubblicazione, sposterà il termine al 31 dicembre 2026. Questa divergenza tra la fonte ufficiale e quella giornalistica suggerisce che la proroga non sia ancora formalmente in vigore, e che i professionisti debbano monitorare la Gazzetta Ufficiale per pianificare gli incarichi.

Poiché la certificazione ha validità triennale, le imprese che entreranno nel regime con la soglia a 500 milioni nel 2026-2027 dovranno rinnovare la certificazione proprio nel 2029-2030, in coincidenza con l’ingresso massiccio delle imprese con ricavi tra 100 e 500 milioni (dal 2028). Questo doppio binario temporale rischia di concentrare la domanda di certificatori in due finestre ravvicinate, amplificando le opportunità per i professionisti che si attrezzano per tempo.
Meno rischi per l’azienda, più stabilità per chi ci lavora
I chiarimenti dell’Agenzia rafforzano gli effetti premiali del regime. Se l’impresa comunica in anticipo e in modo esauriente una situazione di incertezza fiscale, le sanzioni amministrative vengono azzerate ed è esclusa la rilevanza penale del reato di dichiarazione infedele, salvo condotte fraudolente o basate su elementi passivi inesistenti. Anche per i rischi minori già mappati nel TCF, comunicati in ritardo, le sanzioni si riducono del 50%. In più, chi ottiene la certificazione del TCF beneficia di termini di accertamento più corti (fino a 3 anni in meno) e non deve più prestare garanzie per i rimborsi fiscali, estesi ora anche ai rimborsi IVA di gruppo.
Questo pacchetto di tutele non interessa solo i bilanci aziendali. Un’impresa che elimina il rischio di contenziosi fiscali distruttivi e accorcia l’incertezza degli accertamenti è un’impresa più solida, che può proteggere meglio l’occupazione e la continuità produttiva. Per chi lavora in una grande azienda, l’adesione al regime diventa un fattore indiretto di sicurezza del posto di lavoro, perché minori rischi fiscali si traducono in minori accantonamenti prudenziali e maggiore capacità di investimento.
Cosa semplifica il lavoro interno: mappatura e codice di condotta
La circolare precisa che la mappatura dei rischi contabili può basarsi sulle verifiche già svolte nell’ambito di modelli di controllo interno esistenti, come quelli utilizzati per l’informativa finanziaria, evitando duplicazioni di lavoro. Per i dipendenti degli uffici compliance, questo si traduce in procedure più snelle e meno ridondanze.
Viene inoltre chiarito che il codice di condotta tra Agenzia e contribuente vieta l’uso opportunistico degli interpelli e delle comunicazioni di rischio al solo scopo di ottenere l’esenzione dalle sanzioni. Un paletto che dà prevedibilità a chi gestisce la conformità fiscale in azienda e riduce il rischio di contestazioni future.
La vera partita per i professionisti si gioca adesso: la certificazione TCF non è un obbligo lontano, ma un nuovo segmento di mercato che si concentra nei prossimi mesi, con un picco di domanda atteso entro il 31 dicembre 2026, sempre che la proroga venga confermata. Per chi lavora in una grande impresa, la trasparenza fiscale cessa di essere un costo burocratico e diventa un argine concreto contro le crisi aziendali innescate dal contenzioso tributario.
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