A partire dal 31 dicembre del quinto anno dalla prima immatricolazione, le auto aziendali concesse in uso promiscuo subiranno un aumento secco del 50% del fringe benefit tassabile. Per il lavoratore dipendente significa un prelievo IRPEF più pesante ogni mese in busta paga, a meno che l’impresa non decida di sostituire il veicolo prima dello scatto. La misura, contenuta nel decreto Omnibus appena approdato in Parlamento dopo il via libera della Ragioneria dello Stato, tocca una flotta stimata di 327.000 vetture e non risparmia nessuno: diesel, benzina, ibride ed elettriche.
Il meccanismo dell’aumento: quando scatta e chi coinvolge
La maggiorazione del 50% si applica sul valore convenzionale del fringe benefit determinato in base alle tabelle ACI, dopo il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di immatricolazione. Significa che un’auto immatricolata a gennaio 2021 entrerà nella tagliola fiscale dal 31 dicembre 2026. Non ci sono soglie di emissioni né distinzioni per alimentazione: la norma colpisce tutti i veicoli aziendali, incluse le auto elettriche, e serve – nelle intenzioni del governo – ad accelerare il turnover delle flotte portandolo a una media di 4 anni.
Il 32% dei contratti di noleggio a lungo termine in Italia ha una durata superiore ai 4 anni. È su questa fetta che l’impatto sarà più immediato: molti contratti non verranno prorogati oltre i 48-60 mesi, e le aziende dovranno riorganizzare l’assegnazione dei mezzi.
Cosa cambia concretamente in busta paga
L’aumento del 50% non è una nuova tassa piatta, ma una maggiorazione dell’imponibile sul quale il dipendente paga l’IRPEF secondo la propria aliquota marginale. Se un’auto generava finora un fringe benefit annuo convenzionale di 2.000 euro, dopo lo scatto dei cinque anni l’imponibile sale a 3.000 euro. Sui 1.000 euro aggiuntivi si applica l’aliquota IRPEF del lavoratore: per un dipendente nello scaglione del 33% (quello ridotto dalla riforma fiscale per i redditi tra 28.000 e 50.000 euro), il costo netto aggiuntivo è di circa 330 euro l’anno, ovvero poco meno di 30 euro al mese in meno in busta paga.

Questo calcolo è puramente indicativo – ogni situazione dipende dal modello di auto, dal valore riportato nelle tabelle ACI e dallo scaglione IRPEF personale – ma rende l’idea dell’effetto: un benefit che si svaluta progressivamente fino a diventare economicamente sconveniente per il lavoratore, spingendo di fatto verso la sostituzione del veicolo.
Le altre misure che toccano i dipendenti
Il decreto Omnibus non contiene solo la stretta sui veicoli anziani. Ci sono interventi che, al contrario, risolvono alcuni dubbi aperti e riducono incertezze per aziende e lavoratori:
- Optional: gli accessori non compresi nelle tabelle ACI e non pagati direttamente dal dipendente saranno conteggiati con una maggiorazione forfettaria del 5% sul fringe benefit. Una semplificazione che evita calcoli complessi, ma aggiunge comunque un piccolo aggravio per chi sceglie allestimenti extra.
- Riassegnazione senza penalità: un’auto già usata da un collega può essere assegnata a un altro dipendente senza ulteriori aggravi fiscali per l’impresa. Significa meno ostacoli alla mobilità interna e più chiarezza per chi eredita un mezzo aziendale di seconda assegnazione.
- Ordini 2024 e consegne 2025: i veicoli ordinati nel 2024 e assegnati dopo il 1° luglio 2025 non subiranno il criterio del “valore normale” che sarebbe stato più penalizzante. Una correzione attesa che mette al riparo molti dipendenti che stavano ricevendo auto in quel periodo di transizione normativa.
L’effetto collaterale: più ricambi, più spinta verso il green
La novità più sorprendente è che la maggiorazione del 50% si applica anche alle auto elettriche. Chi aveva scommesso su una lunga vita operativa dei modelli a batteria – favoriti in passato da una tassazione più leggera – si trova ora davanti allo stesso identico meccanismo di penalizzazione anagrafica. Il risultato è che il semplice fatto di avere un’auto “pulita” non basterà più a tenerla in flotta oltre i cinque anni: il criterio anagrafico batte quello ambientale.
L’effetto combinato della stretta e delle semplificazioni spingerà molte imprese a rinnovare il parco auto prima del previsto, orientandosi su modelli a basse emissioni più recenti. Per il dipendente questo può tradursi in un veicolo nuovo più efficiente e con minori restrizioni di circolazione, ma anche nella necessità di adattarsi rapidamente a un’eventuale transizione tecnologica, per esempio il passaggio dal diesel all’elettrico o all’ibrido plug-in. L’Aniasa, commentando il decreto, ha parlato esplicitamente di un’accelerazione verso “veicoli a basse emissioni” favorita proprio dall’aumento dei parametri di calcolo sui mezzi endotermici più datati.
Chi ha oggi un’auto aziendale con più di 4 anni alle spalle farebbe bene a prepararsi: la sostituzione è lo scenario più probabile, mentre l’alternativa – tenere il veicolo e subire il prelievo maggiorato – riduce sensibilmente il vantaggio reale del benefit per tutto il tempo residuo.
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