Chi subisce atti persecutori o violenza di genere e si vede costretto a lasciare il lavoro ora può contare su un diritto finora incerto: la NASpI. Il 3 agosto 2026 l’INPS, con il messaggio n. 2540, ha chiarito quando le dimissioni di una vittima di violenza – anche se il responsabile non è il datore di lavoro né un collega – vengono considerate giusta causa e danno accesso all’indennità di disoccupazione. Il riconoscimento non è automatico, ma serve un collegamento documentato fra la violenza subita e la sfera lavorativa. Per chi vive questa drammatica condizione, la novità cambia il calcolo di una decisione già difficilissima: andarsene senza perdere la protezione economica.
Quando scatta la giusta causa (e arriva la NASpI)
Le dimissioni per giusta causa per fatto del terzo esistevano già nell’ordinamento, ma l’INPS dice oggi con precisione che bastano anche condotte di un soggetto estraneo al luogo di lavoro, purché rendano oggettivamente impossibile continuare a lavorare. Due strade – alternative o cumulative – portano alla NASpI, secondo il messaggio n. 2540.
| Condizione | Cosa significa nella pratica |
|---|---|
| Impatto psicofisico incompatibile con il lavoro | La violenza incide sull’equilibrio psicofisico della vittima fino a impedirle di svolgere l’attività lavorativa. Serve un nesso chiaro con la salute, sulla scia della sentenza della Cassazione n. 11051/2015. |
| Correlazione con le abitudini legate al lavoro | Gli atti persecutori (pedinamenti, molestie) si verificano lungo il tragitto casa‑lavoro o in altri momenti strettamente collegati all’attività. L’esempio tipico citato dall’INPS è proprio lo stalking sul percorso abituale per andare al lavoro. |
Quando una di queste situazioni è documentata, le dimissioni non vengono considerate una scelta volontaria, ma un recesso necessitato per salvaguardare l’incolumità personale. Da quel momento, il lavoratore o la lavoratrice ha diritto a percepire la NASpI come se avesse perso il lavoro involontariamente.
Dimissioni per violenza: cosa fare passo dopo passo
Il passaggio pratico è decisivo. Al momento delle dimissioni, l’INPS raccomanda di indicare espressamente la causale “giusta causa per fatto del terzo”. Allegare fin da subito documentazione oggettiva può fare la differenza tra una domanda accolta e una bocciata.
- Denunce presentate alle forze dell’ordine.
- Referti medici che attestano le conseguenze fisiche o psicologiche della violenza.
- Provvedimenti dell’autorità giudiziaria, come ordini di protezione o misure cautelari.
- Qualsiasi altro atto che dimostri il collegamento tra la violenza e l’impossibilità di lavorare.
La domanda di NASpI viene comunque esaminata dall’INPS sulla base di quanto prodotto. Se l’Istituto nega la prestazione, l’ultima parola spetta al giudice del lavoro, che valuterà in concreto la sussistenza della giusta causa.
Un dettaglio rassicurante: il datore di lavoro non deve essere coinvolto né responsabile della violenza. La giusta causa nasce dal comportamento di un terzo, e l’azienda non ha alcun obbligo di valutazione – è semmai utile che l’ufficio del personale conservi comunicazione e documenti ricevuti.

Le domande che una vittima si pone (con le risposte dell’INPS)
La NASpI spetta anche se la violenza è avvenuta solo fuori dal lavoro?
Dipende. Il messaggio è netto: se la violenza è completamente scollegata dal lavoro e dalle abitudini lavorative, da sola non basta. Deve esistere un collegamento funzionale documentato, per esempio perché la violenza impedisce di raggiungere il posto di lavoro o rende insostenibile l’attività.
Basta raccontare la situazione per ottenere la disoccupazione?
No. Serve documentazione oggettiva che dimostri sia la violenza sia il suo impatto sul lavoro. Senza elementi concreti, l’INPS non può riconoscere la giusta causa.
La domanda di NASpI è a rischio anche se il datore di lavoro non sa nulla della violenza?
Assolutamente no. La causa di impossibilità a proseguire il rapporto non dipende da un inadempimento del datore, ma dalla condotta di un terzo; l’azienda può essere all’oscuro di tutto e la richiesta di disoccupazione resta valida.
La lezione pratica: ogni prova conta
La differenza tra perdere tutto e ricevere la NASpI, per chi fugge dalla violenza, sta nella tracciabilità di ciò che si è subito. L’INPS non si accontenta di dichiarazioni: vuole atti. Chi vive una situazione di stalking o maltrattamenti dovrebbe quindi, fin dal primo momento, raccogliere ogni possibile riscontro – una denuncia sporta subito, un certificato del pronto soccorso, un verbale delle forze dell’ordine. Sono questi documenti, e non la gravità del racconto, a trasformare le dimissioni da scelta obbligata in diritto alla protezione economica. Con il messaggio n. 2540, l’Istituto ha costruito un ponte fra la tutela della persona e le regole della disoccupazione: attraversarlo è possibile, ma solo con le carte in regola.
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