Hai mille euro in più l'anno esentasse. Te li giochi quasi tutti in buoni pasto, benzina e spesa al supermercato. Intanto l'83% dei lavoratori ha già rinunciato a qualcosa per il carovita e tre su quattro sono schiacciati tra figli e genitori da accudire. Il welfare aziendale italiano è diventato un paracadute per il potere d'acquisto, ma ha quasi smesso di occuparsi di protezione sociale. I numeri dell'Osservatorio Edenred 2026, presentato al Welfare Forum di Milano, raccontano proprio questo: uno strumento da oltre 3 miliardi di euro l'anno che funziona come integrazione al salario, molto meno come risposta ai bisogni di cura delle famiglie.
Dove finiscono davvero i benefit: il 55% è spesa quotidiana
Il credito welfare medio per lavoratore si è attestato a 1.000 euro nel 2025, in crescita rispetto agli 840 euro del 2021. Il tasso di utilizzo è salito all'84% (era al 79% quattro anni prima). Fin qui i numeri dicono che lo strumento piace e viene usato. Il problema è come viene usato.
La quota destinata ai fringe benefit — buoni pasto, buoni spesa, buoni benzina, voucher acquisti — è più che triplicata in nove anni: dal 16,2% del 2017 al 55,1% del 2025. Oggi oltre metà del welfare aziendale passa per consumi quotidiani. L'assistenza familiare vale l'1% della spesa. La sanità il 2,5%. La previdenza complementare il 5,2%.
«L'inflazione degli ultimi anni ha eroso il potere d'acquisto e la crescita dei salari non è stata sufficiente a compensarla», spiega Fabrizio Ruggiero, amministratore delegato di Edenred Italia. «Il welfare aziendale si è rivelato una risorsa importante per i bilanci familiari». Tradotto: con i prezzi che salgono e gli stipendi fermi, quei mille euro netti servono a coprire spese che il reddito ordinario non basta più a pagare.
Generazione sandwich: l'84% di chi assiste un familiare è sotto pressione
Le indagini Ipsos Doxa condotte per l'Osservatorio — su un campione di 1.000 lavoratori dipendenti e 200 HR manager — mostrano una frattura tra ciò che serve e ciò che le aziende offrono.

Il 75% dei lavoratori avverte il peso dei carichi di cura. La percentuale sale all'84% tra chi assiste un familiare anziano o fragile e all'83% tra le donne. Sono i numeri della cosiddetta "generazione sandwich", stretta tra figli da crescere e genitori da accudire.
Il 20% dei dipendenti vorrebbe accedere a servizi alla persona che oggi non ha. Tra i caregiver la richiesta arriva al 24%. Ma solo il 10% delle aziende offre questo tipo di prestazioni. Il disallineamento è netto: il welfare aziendale copre la spesa al supermercato, non il peso di chi deve badare a un genitore non autosufficiente.
Se non sai cosa hai a disposizione, non lo usi
C'è un altro dato che tocca direttamente chi lavora. Il 71% degli HR manager ammette che i dipendenti usano solo in parte gli strumenti di welfare disponibili. Solo il 51% dei lavoratori si sente davvero informato su cosa può chiedere e come.
La differenza tra un piano welfare progettato su misura e uno generico si misura in motivazione e senso di valorizzazione: nelle aziende con piani strutturati la motivazione sale dal 30% al 46%, la percezione di essere valorizzati dal 26% al 43%. Non è teoria: sono percentuali che dicono che informare e personalizzare funziona.
Il paradosso è che oggi il welfare aziendale raggiunge circa 6,5 milioni di lavoratori dipendenti — un terzo del totale — con un valore che ha superato i 3 miliardi di euro. Più di 20 contratti collettivi nazionali prevedono disposizioni in materia. Le soglie di defiscalizzazione sono state stabilizzate: 1.000 euro ordinari, 2.000 per chi ha figli a carico, tassazione agevolata all'1% sui premi di risultato convertiti in welfare fino a 5.000 euro. Le condizioni tecniche per usarlo bene ci sono. Ma se il 55% finisce in buoni spesa e solo l'1% in assistenza familiare, il welfare aziendale sta facendo un'altra cosa: sostiene i consumi, non la protezione sociale.
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